chiesa san Salvatore de' Birecto

Per secoli, la chiesa di San Salvatore de’ Birecto, edificata secondo alcuni intorno alla metà del X secolo, ha avuto un ruolo organico col corso d’acqua. Lo stesso appellativo birecto sembra possa derivare dal semitico biru, piccolo specchio d’acqua.

Prospettante sulla piazza di Atrani, « (…) stretta tra i palazzi circostanti ed in posizione fortemente sopraelevata rispetto al piano stradale, è situata in parte al di sopra di un voltone sotto cui passa la strada, realizzata solo agli inizi del secolo scorso per coprire il corso del fiume sottostante.»

Secondo un’antica tradizione, invero mai attestata da fonti documentarie, pare svolgesse, ai tempi del Ducato di Amalfi, l’importante ruolo di cappella palatina e che in essa avesse luogo la cerimonia dell’investitura del Duca.

Gli eccezionali ritrovamenti di elementi architettonici originali nelle strutture verticali ed orizzontali dell’edificio, nel corso dei recenti lavori di restauro a cura del Ministero per le Attività Culturali, “a seguito dello ‘sfogliamento’ eseguito con metodo stratigrafico delle diverse fasi sovrappostesi nel tempo” non lasciano dubbi sulla totale obliterazione delle caratteristiche particolari della struttura originaria. Le forme raffinatissime di arcate trilobate poggianti su esili colonne binate in marmo – in cui «gli influssi arabi si sposano senza timidezza con il gusto gotico di importazione oltremontana» – attinenti gli spazi di una preesistente architettura dalle caratteristiche affatto diverse, inducono a percepire il rapporto che la chiesa, imponente complesso architettonico realizzato organicamente ai margini del fiume, doveva in passato stabilire con lo spazio della città. Dal restauro intanto emerge che i fenomeni di esondazione hanno interessato in passato le antiche murature, stando all’evidente ribaltamento che rivela la preziosa quinta muraria a traforo emersa nel corso dei lavori, senz’altro da attribuire all’azione erosiva delle acque del fiume, sulla cui sponda erano state erette le sue fondamenta.

La lastra marmorea di sepoltura raffigurante la nobildonna ravellese Clementia Freccia, moglie di uno degli esponenti della più importante famiglia di Scala, Bernardo d’Afflitto, datata 1363. In origine collocata nella chiesa di sant’Eustachio di Pontone, venne poi trasferita ad Atrani nel XVI secolo e murata all’esterno della chiesa. L’elegante fattura della scultura, sottolineata dalla raffinatezza delle vesti e degli ornamenti, nonostante il grave stato di consunzione, consente di inserirla nell’ambito della cultura gotico-cortese di epoca angioina.

 

bI dipinti su tela che ornano altari e cappelle risalgono prevalentemente al XIX secolo. Sono perlopiù opere di fattura popolare, ma di grande valore devozionale come nel caso del dipinto che raffigura sant’Emidio, patrono dei terremoti, la cui protezione veniva invocata in occasione dei frequenti eventi sismici dagli abitanti del piccolo borgo.

 

Una qualità più alta si riscontra invece nelle sculture ed in particolare nella Vergine con il Bambino, la cui fisionomia è stata fortemente alterata dallo spesso strato di stucco che ha ricoperto il volto della Madonna e l’intera figura del Bambino. La compattezza formale della scultura, il suo elegante modellato, uniti alla raffinatezza dell’estofados della veste ed al minuzioso trattamento dei capelli sciolti sulle spalle della Vergine, sono peculiarità che consentono di riconoscere il suo autore all’interno della cerchia degli artisti operanti nella bottega napoletana di Pietro e Giovanni Alamanno, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo.

All’interno della chiesa viene proposto un ricco repertorio di elementi marmorei di varie epoche , a partire dall’antichità classica- testimoniata da urne e ceppi funerari romani , per passare a reperti medioevali- come le singolari transenne marmoree ad intrecci viminei databili all’VIII – IX secolo, ed ancora a frammenti vari di lastre di sepoltura, stemmi ed iscrizioni, che insieme alle ceramiche, sono stati ritrovati nelle murature che rivestivano il loggiato a traforo dell’ingresso.

 

Da segnalare in particolare, il pluteo in marmo scolpito a rilievo del XII secolo, dal marcato carattere bizantineggiante e dall’enigmatico significato allegorico: il pannello è occupato da due pavoni fronteggiati che fanno la ruota -che, secondo l’immaginario cristiano, sono simboli della Resurrezione e dell’immortalità dell’anima – che sovrastano una figura umana affiancata da arpie e una lepre beccata da pavoni – dove le arpie e la lepre sono solitamente evocatrici del vizio e quindi del peccato.

San Salvatore de' Birecto

Non di meno c’è da aggiungere che la parete suddetta sembra estranea alle strutture che compongono la chiesa originaria e che ben più convincente sarebbe la sua correlazione ad un edificio, collocato sulla sponda opposta, di cui verrebbe a denotarsi come elemento costitutivo di un patio, alla stregua di quello ben noto della Villa dei Rufolo nella vicina Ravello, con cui condivide il carattere decorativo, risalenti entrambi al secolo XIII. Il binomio palazzo-chiesa, così spesso attestato nei documenti medievali, trova corrispondenza in questo caso. Nello spazio esiguo del piccolo centro costiero in cui è registrata la presenza di una moltitudine di chiese che per consuetudine venivano erette da famiglie di potentiores locali, il ricco proprietario della dimora dotata di un piccolo chiostro, annette a sé la chiesa, collocata proprio di fronte, e realizza il cavalcavia sul fiume per collegare materialmente i due edifici.

basilica crocifisso
vecchio duomo

LE OPERE D’ARTE

 

Tra le opere più significative ed importanti della chiesa, collocata all’ingresso ed inquadrata da pilastrini marmorei risalenti al XII secolo, figura la monumentale porta bizantina in bronzo ed agemine in argento del 1087, che testimonia gli scambi commerciali e culturali del territorio amalfitano con l’Oriente, nel corso del Medioevo. L’opera quasi certamente realizzata a Costantinopoli, fu donata dal nobile locale Pantaleone Viarecta alla chiesa di San Sebastiano, sempre ad Atrani, e poi trasferita, in un tempo imprecisato, nella chiesa di S. Salvatore de’ Birecto.

 

Nell’atrio che precede l’ingresso, figura la grande campana in bronzo risalente al 1299, che riveste, soprattutto dal punto di vista documentario, un ruolo significativo, in quanto nella lunga iscrizione a caratteri gotici, ricorda il nome dei committenti, l’autore, la data di esecuzione, ed inoltre, registra per la prima volta il nome attuale della chiesa di S. Salvatore de’ Birecto.

mosaico Morelli
mosaico Morelli
mosaico Morelli

Straordinario esempio di scultura settecentesca è invece rappresentato dal gruppo ligneo raffigurante la Madonna con Bambino e angeli. La figura della Vergine, ammantata da una ricca veste di seta con ricami in oro, rimanda alla ricca produzione presepiale napoletana, i cui principali protagonisti furono Giuseppe Sanmartino ed il suo seguace Giacomo Colombo.

 

Le ceramiche esposte testimoniano la frequentazione del sito almeno a partire dalla fine del XII secolo-prima metà del XIII, anche se la maggior parte di esse risale alla seconda metà del XIII secolo. Tra queste è ben distinguibile la classica ceramica detta Spiral Ware, dal tipico decoro spiraliforme, che, prodotta in Campania, si diffuse in tutta l’Italia meridionale tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Le forme individuate sono prevalentemente da riferire a contenitori aperti, come coppe e bacini. Tutti i frammenti ritrovati trovano puntuali confronti con le ceramiche del Castello di Salerno, di Villa Rufolo a Ravello e con i reperti di età angioina del monastero di San Lorenzo a Napoli.